L'ospite

E infine,se si parla della nostra mama Stephanie,come non inserire anche L'Ospite? :D

Vi vojo bene

Leah

In un futuro non troppo lontano, la Terra viene silenziosamente invasa da degli esseri chiamati "Anime": esse vivono spostandosi nell'universo, per portare la pace nelle esistenze degli abitanti dei vari pianeti. Per riuscire nel loro intento, si inseriscono nel cervello di un essere senziente e ne prendono possesso, assorbendone i ricordi e diventando tutt'uno con esso. Viandante è una di queste Anime: prima di giungere sulla terra ha vissuto su altri otto pianeti, ma mai per più di una vita. Il corpo che la ospita è quello di Melanie, una dei ribelli catturata in extremis durante un agguato. Alcuni esseri umani si sono resi conto della silenziosa invasione delle Anime e si nascondono ai margini della società, cercando un modo per liberarsi degli invasori e allo stesso tempo di non finire in mano loro.

Da subito Viandante si accorge che la coscienza di Melanie è ancora viva dentro di sé: condivide con lei non solo i ricordi, ma anche le sensazioni, le preoccupazioni, gli affetti e i pensieri. Di questo ne viene a conoscenza la Cercatrice, un'anima che ha il compito di trovare gli esseri umani ancora liberi: vorrebbe sfruttare i ricordi di Melanie per stanare i ribelli che stava cercando di proteggere. La coscienza della ragazza, però, è molto forte ed è riuscita ad alzare una sorta di muro tra sé e l'Anima della Viandante, impedendole di accedere ai suoi ricordi più recenti. La Cercatrice inizia una tattica di logoramento nei confronti di Viandante per carpirle il nascondiglio del fratello Jamie e dell'amico Jared.

Viandante decide di recarsi dal suo Guaritore per trovare una soluzione alla presenza ancora viva di Malanie dentro di sé: durante il viaggio, raggiunge un piccolo paesino del deserto, che le provoca un'ondata di ricordi. Da piccola, Melanie andava a trovare lo zio Jeb, maniaco delle teorie del complotto: le raccontava di aver costruito un rifugio che avrebbe messo al sicuro la sua famiglia in caso di una guerra. Per trovare questo nascondiglio, aveva lasciato degli indizi: strani segni che sembravano indicare percorsi da seguire. Nel deserto, Viandante si rende conto che quei segni erano invece il profilo di particolari montagne: Melanie la convince ad andare in cerca di Jamie e Jared, che conoscevano gli stessi segni.

Dopo tre giorni nel deserto, ormai allo stremo, Viandante viene trovata dallo zio Jeb e portata nel suo rifugio: si tratta di un'immensa grotta sotterranea, nei pressi di una sorgente di acqua calda, dove hanno trovato accoglienza più di venti esseri umani. Viandante è accolta con sospetto e più d'uno vorrebbe ucciderla, credendola un pericolo per la comunità. Jeb riesce invece a farla accettare pian piano dagli amici: l'ultimo a cedere è Jared, che vede la Viandante come colei che ha preso il posto della ragazza che amava.

Viandante, chiamata ora Wanda, è ancora vista come un pericolo, nonostante faccia il possibile per integrarsi con la sua nuova famiglia. Un evento tragico sblocca la situazione: Jamie, ferito in modo lieve, rischia la setticemia perché non ci sono antibiotici per curarlo. Wanda propone di recarsi alla città più vicina per rubare le medicine delle Anime, molto più forti di quelle tradizionali. Jared, di nascosto dalla comunità, porta Wanda in missione: la natura semplice e fiduciosa delle Anime non permette che nascano sospetti verso l'escursionista ferita, in realtà Wanda stessa. Nel giro di poche ore, Jamie è salvo e la comunità inizia a fidarsi davvero della nuova arrivata. Grazie a Wanda, le provviste iniziano ad essere abbondanti e le missioni nel mondo esterno più sicure.

Wanda/Melanie è combattuta: Jared è ancora innamorato della ragazza, mentre Ian impara a conoscere Viandante e se ne affeziona, ricambiato. Wanda prende la decisione di abbandonare definitivamente il corpo di Melanie e permetterle di vivere la sua vita. L'arrivo della Cercatrice le dà l'occasione per insegnare a Doc, il dottore del gruppo, ad estrarre un'anima dal corpo che la ospita senza danneggiare né l'una né l'altro. In cambio, gli chiede di non essere ibernata, ma di essere seppellita accanto all'amico Walter (mancato poco tempo prima) e Wes (ucciso dalla Cercatrice) perché si è affezionata tanto al mondo degli umani da non volerlo più abbandonare, nemmeno dopo la morte definitiva.

Jared e Ian intuiscono le intenzioni di Wanda e costringono Doc a ibernare Viandante, in attesa di un nuovo corpo che possa riportare tra loro la ragazza-anima tanto importante per loro.

Dopo settimane di ibernazione Viandante si risveglia nel corpo di una ragazza molto giovane, un corpo senza autocoscienza di sé perché è stato per troppo tempo controllato da un'Anima, dunque ospite perfetto per lei, che può ora restare con le persone che ama, sul pianeta che sente suo. Alla fine del libro la "piccola" comunità di Jeb scopre un altro gruppo di umani che gli dicono di non essere i soli, che ci sono altri insediamenti umani nascosti e che anche loro hanno un'Anima in un corpo umano che li aiuta proprio come Wanda.

Capitolo 1

 

 A mia madre Candy,

per avermi insegnato che l'amore

è la parte migliore di ogni storia

Domanda

Corpo mia casa

mio cavallo mio segugio

cosa farò

quando sarai caduto

Dove dormirò

Come cavalcherò

Cosa caccerò

Dove andrò

senza la mia monta

impaziente e veloce

Come saprò

se nel folto degli alberi

c'è pericolo o tesoro

Quando il Corpo il mio buon

cane ingegnoso morirà

Come sarà

giacere in cielo

senza soffitto né porta

e il vento per occhio

con una veste di nuvole

come mi nasconderò?

(May Swenson)

Prologo

L'inserzione

Il nome del Guaritore era Acque Profonde.

Era un'anima, buona per natura: compassionevole, paziente, onesta, vir-tuosa e piena d'amore. L'ansia era un'emozione insolita, per lui.

Ancor più lo era l'irritazione. Tuttavia, Acque Profonde abitava un corpo umano, perciò l'irritazione a volte era inevitabile.

Tra i bisbigli e il brusio degli studenti di Guarigione all'altro capo della sala operatoria, si fece serio. Un'espressione che stonava, su labbra abitua-te a sorridere.

Darren, il suo fedele assistente, se ne accorse e gli diede un colpetto sul-la spalla.

«Sono soltanto curiosi, Guaritore» disse a bassa voce.

«L'inserzione è un intervento tutt'altro che interessante o difficile. Qual-siasi anima è in grado di compierlo, in caso di emergenza. Per quanto os-servino, oggi non impareranno niente.» Fu sorpreso di sentire la propria voce, di solito suadente, viziata da un accento severo.

«Non hanno mai visto un umano adulto» disse Darren.

Acque Profonde alzò un sopracciglio. «Dimenticano come sono fatti? Non sanno cos'è uno specchio?»

«Sai cosa intendo: un umano selvatico. Senz'anima. Un ribelle».

Il Guaritore osservò il corpo privo di sensi della ragazza, prona sul tavo-lo operatorio. Mentre ripensava alle condizioni in cui si trovava quel pove-ro corpo malconcio quando i Cercatori lo avevano consegnato ai laboratori di Guarigione, sentì un'ondata di compassione. Quanto dolore aveva sop-portato.

Ovviamente, a quel punto era perfetta: totalmente guarita. Se n'era occu-pato di persona.

«È identica a noi» mormorò a Darren. «Abbiamo tutti un volto umano. E quando si sveglierà, diventerà una di noi.»

«Gli allievi sono un po' su di giri, tutto qui.»

«L'anima che stiamo per impiantare non merita che il corpo ospite venga sbeffeggiato così. Come se non bastassero i problemi del periodo di accli-matazione. Non è giusto infliggerle tutto questo.» Acque Profonde non al-ludeva alle beffe degli studenti. Sentì l'irritazione riaffiorare.

Darren gli diede un'altra pacca amichevole. «Andrà tutto bene. La Cer-catrice ha bisogno di informazioni e...»

Alla parola «Cercatrice», il Guaritore lanciò un'occhiataccia al suo assi-stente. Darren trasalì, stupito.

«Scusa» si affrettò ad aggiungere Acque Profonde. «Scusa la reazione. Il fatto è che temo per il destino di quest'anima.»

Il suo sguardo si spostò verso il crioserbatoio issato su un piedistallo ac-canto al tavolo. Il led acceso, rosso opaco, indicava che era in modalità di ibernazione.

«Quest'anima è stata scelta appositamente per la missione» lo blandì Darren. «È un soggetto eccezionale, più coraggioso della media. Le sue vi-te parlano chiaro. Scommetto che se fosse stato possibile chiederglielo, si sarebbe offerta volontaria.»

«Chi di noi non si offrirebbe, se gli chiedessero di fare qualcosa per il bene comune? Ma in questo caso? Stiamo davvero agendo per il bene co-mune? Non metto in dubbio la sua disponibilità, ma è lecito chiederle di sopportare tanto?»

Anche gli studenti di Guarigione discutevano dell'anima ibernata. Acque Profonde li sentiva parlottare; voci sempre più alte e chiassose con il cre-scere del fermento.

«Ha vissuto su sei pianeti.»

«Io ho sentito sette.»

«Mi hanno detto che non ha mai vissuto due volte di fila nella stessa specie ospite.»

«Possibile?»

«È stata quasi tutto. Un Fiore, un Orso, un Ragno...»

«Un'Alga, un Pipistrello...»

«Persino un Drago!»

«Non ci credo... sette pianeti no.»

«Come minimo sette. Ha iniziato sull'Origine.»

«Sull'Origine? Davvero?»

«Silenzio, per cortesia!» proruppe il Guaritore. «Se non siete in grado di osservare in silenzio e con professionalità, sarò costretto a chiedervi di an-darvene.»

I sei studenti tacquero imbarazzati e si scostarono uno dall'altro. «Ini-ziamo pure, Darren.»

Era tutto pronto. I farmaci necessari erano disposti accanto all'umana. I suoi capelli scuri e lunghi erano raccolti sotto una cuffia che lasciava sco-perto il collo slanciato. Sotto l'effetto di sedativi pesanti, respirava lenta-mente. La pelle abbronzata dal sole mostrava appena i segni dell'incidente.

«Inizia la sequenza di scongelamento, Darren.» L'assistente si era già portato a fianco del crioserbatoio. Tolse la sicura e girò la manopola verso il basso. Il led iniziò a pulsare, e con il passare dei secondi a lampeggiare sempre più veloce, cambiando colore.

Il Guaritore si concentrò sul corpo privo di sensi; affondò il bisturi alla base del cranio con movimenti precisi, poi, prima di allargare la fessura, spruzzò un emostatico. Incise con delicatezza i muscoli del collo, attento a non danneggiarli, e scoprì le ossa pallide in cima alla colonna vertebrale.

«L'anima è pronta» lo avvertì Darren.

«Anch'io. Portala pure.»

Il Guaritore avvertì Darren al proprio fianco e senza nemmeno guardare capì che l'assistente era pronto, la mano aperta e in attesa; lavoravano in-sieme da anni, ormai.

Acque Profonde divaricò l'incisione.

«Mettila nella sua casa» sussurrò.

Sul palmo della mano di Darren apparve la scintilla argentea di un'anima che si risveglia.

Acque Profonde non riusciva mai a guardare un'anima nuda senza resta-re colpito dalla sua bellezza.

L'anima spiccava sotto le luci della sala operatoria, più luminosa dei ri-flessi metallici irradiati dal bisturi. Si torceva, si increspava e allungava come un nastro vivo, felice di uscire dal crioserbatoio. I suoi filamenti sot-tili e morbidi ondeggiavano delicati come fibre argentee. Ogni anima era bella, ma agli occhi di Acque Profonde questa sembrava particolarmente aggraziata.

Non fu l'unico a reagire così. Sentì il sospiro trattenuto di Darren e il mormorio di approvazione degli studenti.

Con delicatezza l'assistente collocò la creatura piccola e scintillante den-tro la fessura aperta nella nuca dell'umana. L'anima scivolò agile dentro il varco, adattandosi all'anatomia aliena. Acque Profonde ammirò la perizia con cui prendeva possesso della sua nuova casa. Le propaggini si avvilup-pavano attorno ai centri nervosi, alcune si allungavano con movimenti ve-loci e decisi fino a raggiungere luoghi nascosti e invisibili, sotto e sopra il cervello, i nervi ottici, i condotti uditivi. Di lì a poco, soltanto un piccolo segmento di quel corpo scintillante fu visibile.

«Ben fatto» le sussurrò il Guaritore, pur sapendo che l'anima non poteva sentirlo. Le orecchie appartenevano alla ragazza, che dormiva ancora pro-fondamente.

Completare l'opera era questione di routine. Pulì e suturò l'incisione, ap-plicò l'unguento cicatrizzante, e infine strofinò il collo con un preparato per cancellare il segno della ferita.

«Perfetto, come al solito» disse l'assistente, il quale, per ragioni che Ac-que Profonde non era mai riuscito a intuire, aveva mantenuto il nome del proprio ospite umano, Darren.

Il Guaritore sospirò. «Non sono fiero del lavoro di oggi.»

«Hai soltanto fatto il tuo dovere.»

«Questa è una delle rare occasioni in cui la guarigione apre una nuova ferita.»

Darren iniziò a pulire la sala operatoria. Non sapeva cosa rispondere. Il Guaritore aveva eseguito il proprio compito. E tanto gli bastava.

Non ad Acque Profonde, però, fedele in tutto e per tutto alla propria in-dole di Guaritore. Osservò inquieto il corpo dell'umana che dormiva cal-ma, in una tranquillità pronta a dissolversi con il risveglio. L'orrore patito negli ultimi istanti di vita dalla giovane umana stava per essere risvegliato dall'anima innocente che era appena stata inserita in lei.

Si chinò sulla ragazza e le sussurrò qualcosa all'orecchio, pregando con tutto se stesso che l'anima potesse sentirlo.

«Buona fortuna, piccola Viandante, buona fortuna. Vorrei proprio che non ne avessi bisogno.»

1

Il ricordo

L'inizio cominciava dalla fine, lo sapevo: e la fine per quegli occhi so-migliava alla morte. Mi avevano avvertita.

Non quegli occhi. I miei occhi. Miei. Quella ormai ero io.

Il linguaggio che mi ritrovai a usare era strano ma logico. Spezzato, squadrato e lineare. Decisamente semplice rispetto ai tanti che già cono-scevo, e tuttavia capace di farsi fluido, espressivo. Persino bello. Il mio linguaggio, adesso. La mia lingua madre.

Grazie all'istinto infallibile della mia specie, mi ero saldata ai centri di pensiero del corpo, fatalmente intrecciata a ogni suo respiro e riflesso, fino a non sentirlo più un'entità estranea. Ero io.

Non il corpo. Il mio corpo.

Sentii svanire l'effetto degli anestetici, e la lucidità tornare. Attesi l'im-patto devastante del primo ricordo, ovvero l'ultimo, gli ultimi momenti, la

fine. Mi avevano spiegato in dettaglio cosa stava per accadere. Le emozio-ni umane erano più forti, più vitali di quelle di ogni altra specie. Avevo cercato di prepararmi.

Il ricordo arrivò. E come temevo, fu qualcosa che mai e poi mai avrei potuto prevedere.

Bruciava di colori accesi e suoni squillanti. Il freddo sulla pelle, il dolore urticante agli arti. Il sapore in bocca era intenso e metallico. E poi c'era un senso nuovo, il quinto, che non avevo mai posseduto, che attraeva particel-le dall'aria e le trasformava in strani messaggi, piaceri e avvertimenti: gli odori. Creavano confusione, distrazione in me, ma non nei suoi ricordi. I ricordi non lasciarono nessuno spazio all'olfatto. Nei ricordi c'era soltanto paura.

Paura che la stringeva in una morsa, spronava i suoi arti goffi e impac-ciati a muoversi, ma al tempo stesso li immobilizzava. Fuggire, correre - non aveva altra scelta.

Ho fallito.

Il ricordo fu spaventoso, così forte e chiaro da sfuggire al controllo: can-cellò il distacco, la consapevolezza che venisse non da me, ma da un'altra memoria. Risucchiata nell'ultimo infernale minuto della sua vita, io ero lei, ed eravamo in fuga.

È buio. Non vedo niente. Non vedo i miei piedi. Non vedo le mani pro-tese in avanti. Corro alla cieca, mi sforzo di ascoltare i passi di chi mi in-segue, sento il cuore rimbombare nelle orecchie.

Fa freddo. Conta poco, ormai, ma sto male. Ho tanto freddo.

L'aria nel suo naso era sgradevole. Un cattivo odore. Il fastidio mi liberò momentaneamente dal ricordo. Ma dopo un solo istante fu il ricordo a tra-scinarmi a sé, e lacrime di terrore gonfiarono i miei occhi.

Mi sono persa... ci siamo persi. È finita.

Sono alle mie spalle, vicini e rumorosi. Quanti passi sento! Sono sola. Ho fallito.

I Cercatori mi chiamano. Il suono delle loro voci mi stringe lo stomaco. Sto per vomitare.

«Va tutto bene, tutto bene» dice una di loro, mentendo, cercando di cal-

marmi, di farmi rallentare. Il respiro affannoso le spezza la voce.

«Stai attenta!» le urla un compagno.

«Non farti male» raccomanda un terzo. Una voce profonda, piena di premura.

Premura!

Sentii il calore diffondersi nelle vene, quasi soffocata da un odio violen-to.

Non avevo provato un'emozione simile in nessun'altra vita. Di nuovo il disgusto allontanò i ricordi. Un gemito acuto e stridulo lacerò le mie orec-chie e mi risuonò nella testa. In gola sentivo un lieve dolore.

"Urlando" spiegò il mio corpo. "Stai urlando."

La sorpresa mi lasciò impietrita, e il rumore si interruppe di colpo.

Non era un ricordo.

Il mio corpo... pensava! Mi stava parlando!

Ma in quel momento il ricordo fu più forte dello sconcerto.

«Per favore» urlano. «Lì davanti è pericoloso!»

Il pencolo è dietro! grido dentro di me. Ma capisco cosa intendono. Un debole rivolo di luce, che arriva da chissà dove, splende in fondo al corri-doio. Non c'è una parete né una porta chiusa, o il vicolo cieco che mi a-spetto e temo. È un buco nero.

Il vano di un ascensore. Abbandonato, vuoto e inagibile, come questo palazzo. Un tempo rifugio, oggi tomba.

Mi sento inondare dal sollievo, mentre corro in avanti. Non riuscirò a sopravvivere, ma a vincere forse sì.

No, no, no! Pensai, e il pensiero era tutto mio, mentre mi sforzavo di staccarmi da lei. Ormai, però, eravamo inseparabili. E correvamo svelte incontro alla morte.

«Per favore!» Le urla sono più disperate.

Mi viene da ridere, quando capisco di essere troppo veloce per loro. Li immagino allungare le mani, che per pochi centimetri non riescono ad af-ferrarmi. Sono veloce quanto basta. Non mi fermo nemmeno sull'orlo del pavimento. Il buco mi si fa incontro a metà del passo.

Il vuoto mi ingoia. Le gambe si agitano inutilmente. Le mani afferrano l'aria, la stringono in cerca di un appiglio. Il freddo mi soffia addosso come

un tornado.

Prima arriva il rumore, poi la sensazione del tonfo. Il vento è svanito.

E il dolore è ovunque. Il dolore è tutto.

Fermatelo.

Non era alto abbastanza, bisbiglio a me stessa, nel dolore.

Quando cesserà il dolore? Quando...?

Il buio inghiottì il tormento, i ricordi erano giunti alla più inesorabile delle conclusioni. Il buio aveva cancellato tutto, ero libera. Respirai a fon-do per calmarmi, com'era abitudine del corpo. Del mio corpo.

Ma poi il colore si riaccese, i ricordi si risvegliarono e tornarono a inva-dermi.

No! Andai nel panico, spaventata dal freddo, dal dolore e dalla paura stessa.

Ma non si trattava del ricordo di poco prima. Era un ricordo dentro il ri-cordo... forse l'ultimo, ma, chissà perché, molto più forte del precedente.

Il buio si era preso tutto: tranne un viso.

Un viso che sentivo estraneo, che somigliava alle immagini con cui mi avevano preparata a questo mondo. Difficile distinguerle, individuare le microscopiche varianti di colore e forma che caratterizzavano ogni indivi-duo. Si somigliavano tutti. Il naso al centro della sfera, gli occhi sopra e la bocca sotto, le orecchie ai lati. Tutti i sensi, escluso il tatto, concentrati nella stessa regione. Pelle sopra le ossa, capelli che crescevano sulla parte superiore, strane curve di peluria sopra gli occhi. Alcuni, i maschi, aveva-no pelo anche sul mento. I colori rientravano nella gamma del marrone, da una tonalità panna a un nero intenso. A parte questi dettagli, come si face-va a distinguerli?

Quel viso l'avrei riconosciuto tra milioni.

Era un rettangolo spigoloso, la sagoma delle ossa in evidenza sotto la pelle. Il colore era marrone chiaro, dorato. I capelli erano poco più scuri della pelle, accesi da qualche ciocca paglierina, e coprivano soltanto la te-sta e le strane linee sopra gli occhi. Le iridi circolari, nel bianco dei bulbi oculari, erano più scure dei capelli, ma altrettanto luminose. Sul contorno degli occhi c'erano piccole rughe, e i ricordi di lei mi dissero che nasceva-no dal sorriso e dalla luce forte del sole.

Non conoscevo i canoni di bellezza di questi sconosciuti, eppure sentivo che quel volto era bellissimo. Non appena mi accorsi che sentivo il deside-rio di guardarlo, svanì.

"È mio" disse il pensiero estraneo che non avrebbe dovuto esistere.

Di nuovo restai impietrita, sconvolta. Mi aspettavo di essere sola. Eppu-re quel pensiero era così forte e presente!

Ancora lei? Impossibile. Ormai io ero lei.

"È mio" replicai, sottolineando la parola con il potere e l'autorità di cui disponevo. "Tutto mio."

Ma allora perché le rispondo? mi domandai, prima che le voci inter-rompessero i miei pensieri.

Commenti: 2
  • #2

    :) (lunedì, 03 ottobre 2011 16:10)

    diamine che bello

  • #1

    :) (lunedì, 03 ottobre 2011 16:09)

    diamine